Salone della scuderia-Fiorano
L’esposizione delle opere di Niccolò Fornari, che viene da una selezione fatta sull’onda dell’impatto estetico, ma anche emotivo, è un excursus nell’evoluzione e nell’indagine continua di un giovane artista, in cui già si distingue una forte coerenza di fondo. Un tocco che è suo, e nel quale comunque vive tutta la storia del bello e dell’Arte. L’ingerenza degli artisti nell’essere incasellati in movimenti che li inquadrinoin idee preconfezionate, concetti di altri nei quali si rispecchiano quantomeno solo in parte, è pari solo al piacere di noi storici nel cercare tutti quei fili, quelle relazioni, esplicitate o sottese, che possano raccontare una storia, se non unica almeno che si muova organicamente nel tempo e nello spazio.
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Questo empasse tra artisti liberi e storici alla ricerca di trame si supera agevolmente in casi come quello dei lavori di Fornari, in cui i riferimenti che si possono rinvenire non si mostrano come risposta ai perché delle opere, ma aprono nuove domande. Le tele in mostra inducono ad interrogarsi su quanto le paure e i modi di raccontare artisticamente il mondo, seppur un mondo in continuo e digitale cambiamento, possano ancora manifestarsi – e con potenza – attraverso la matericità e la gestualità in cui la parte fisica detiene ancora un forte primato. Tracciano la strada dei lavori esposti il gesto violento, ma nella sua spietatezza pulito ed essenziale, le città caotiche e incomprensibili che respirano pesantemente dietro le pennellate, città piene di parole (il primo grande amore di Niccolò), aforismi incomprensibili su muri oracolo e Cassandra insieme. I colori vividi convivono con i pesanti neri, confini di voragini in cui ci si può lanciare e, si spera, saperne venire fuori. Tutte queste immagini, chiare nell’astrazione e memori della grande Storia dell’Arte non suggeriscono però di catalogare questi lavori come omaggi deferenti ai grandi nomi del contemporaneo; sì, ci sono i futuristi, di più Emilio Vedova, o quella drammatica ed elegantissima, irruenta gestualità di Arnulf Rainer. C’è De Kooning e c’è Twombly, ma tutti allo stesso tempo non sono lì. Quello di Niccolò è una sorta di EspressionismoAstratto ‘senza rete’; dove infatti i movimenti storicizzati accendevano la miccia della rottura, innescando un cambiamento di cui tutti si sarebbero accorti, ora, nel nostro mondo nichilista e individualista in cui ognuno è un’isola e nulla ci stupisce, ci accorgiamo, nell’approccio senza malizie di una carriera nascente, che l’artista ancora urla, ma chi lo sentirà?
Testo critico di Ofelia Sisca








